ultimi esami e tesi 3
ultimi esami e tesi 1 ed ultimi esami e tesi 2
L’ultima volta ti ho lasciato dei suggerimenti sulle strategie di approccio alla tesi, sia che ti manchino degli esami sia che li hai già dati tutti. Oggi invece ti svelo una chicca che probabilmente non hai letto da nessun altra parte. Un segreto importante per avere un atteggiamento produttivo verso la tesi.
Da un punto di vista emotivo, se hai già iniziato lo sai, tutto il lavoro di tesi passa da diverse fasi:
1) prima fase: eccitazione ed entusiasmo per la novità
2) seconda fase: panico o fatica o rifiuto rifiuto e noia
3) terza fase: ripresa, interesse e piacere
4) quarta fase: conclusione, preparazione alla discussione e senso di soddisfazione
La maggior parte di chi ha dato la tesi ha passato tutte e quattro queste fasi. Già i titoli sono esplicativi, ad ogni modo te li spiego brevemente.
1) I primi giorni non vedi l’ora di iniziare, hai scelto il professore ed avete concordato l’argomento di tesi. Inizia quindi la tua ricerca sul materiale. Ti senti molto attivo, passi molto tempo sia al computer che in biblioteca per capire il campo d’azione della tesi. Finita la ricerca inizi a scrivere qualcosa per fissare le idee.
2) A questo punto possono succedere diverse situazioni. Hai iniziato a scrivere qualche pagina ma ti sembra di aver già concluso, non sai come andare avanti e si genera una sorta di blocco creato da un momento di panico e sconforto. Oppure l’eccitazione inizione iniziale scompare perchè ti rendi conto che la fase di ricerca porta con se una grande fatica che ti mette a dura prova e magari quello che hai scoperto finora invece di rivelarsi interessante ti annoia o peggio non ti piace proprio.
3) Del resto hai preso un impegno e se ti vuoi laureare la tesi va elaborata, presentata e discussa. Quindi spesso è questa la motivazione che ti spinge a progeseguire i lavori anche se una parte di te non ne “vorrebbe mezza”. Grazie a questa costanza poco per volta esci da questa fase down e ritorna l’interesse ed a volte la passione per il lavoro che stai portando avanti.
4) I giorni passano veloci in questo modo ed a fine giornata ti senti soddisfatto per quanto sei stato produttivo. Passano così le settimane, tra ricerche, confronti col professore, chiaccherate nei corridoi con chi sta preparando la tesi come te, magari con lo stesso prof, correzioni, approfondimenti e sviluppi… ed arrivi senza accorgertene a pochi giorni dalla discussione di laurea… ma questo è un altro file.
Queste sono molto brevemente le 4 fasi che la maggior parte dei laureati ha superato prima di accedere al mondo del lavoro da “dottore”. Si potrebbe approfondire il tema, e se un certo numero di persone mi manifesterà l’interesse a riguardo se ne può parlare, altrimenti passerò oltre.
Quello di cui ti sto per parlare invece viene prima di queste quattro fasi ma in un certo sento va oltre.
In altre parole ti sto per svelare qual è la domanda chiave che dovrestri farti prima di iniziare la tesi. Molti infatti preferiscono prepararla col professore che più gli è piaciuto o nella materia nella quale hanno preso il voto migliore. Altri puntano invece ad un lavoro facile e veloce in una materia poco impegnativa. Tutte strategie valide ed ammissibili, ognuno conosce la propria situazione meglio di chiunque altro e spesso ci sono situazioni esterne e contingenti che ti spingono a dover prendere una scelta piuttosto che un’altra.
Chiaramente non posso conoscere la tua situazione, ma se puoi scegliere, sperimenta questo nuovo approccio che ti sto per dire e probabilmente ti tornerà utile anche in futuro.
La scelta della materia e del titolo su cui svolgere le mie ricerche di tesi è partito da un ragionamento di questo tipo: dato che devo investire diversi mesi del mio tempo in una ricerca, e dato che alla fine di tutto questa ricerca viene altamente ricosciuta a livello accademico e ben vista spesso dal mondo del lavoro (infatti sempre più spesso le aziende chiedono di inserire anche il titolo di tesi nel CV), allora vale la pena unire le due cose e sviluppare un prodotto che possa essere spendibile nel mondo del lavoro.
In pratica la domanda è stata: perchè fare una ricerca che ha un alto valore accademico e mi costa tempo e fatica per poi chiuderla in un cassetto? Tanto vale fare qualcosa che anche il mercato del lavoro possa apprezzare e magari può diventare il mio primo prodotto in vendita (come libro, ebook, video, progetto o prodotto fisico…)
Questa riflessione si è poi concretizzata nello sviluppo di 4 fasi.
fase 1: stabilisci un’area di interesse su cui vuoi elaborare la tesi
fase 2: data l’area di interesse fai una ricerca di mercato per capire qual è il desiderio latente degli utenti ai quali ti rivolgi con questo prodotto
fase 3: trova il professore e/o la materia che ti permettano di sviluppare le ricerche in tal senso
fase 4: trova l’approvazione del professore e buon lavoro!
Anche queste 4 fasi meriterebbero degli approfondimenti, ed infatti sto scrivendo un ebook proprio su questo!
Intanto se ci sono domande puoi lasciarmele qui sotto o scrivermi a universitastudenti@gmail.com
Per ora è tutto ti auguro una buona giornata.
A presto.
Cristian
ultimi esami e tesi 2
Leggi ultimi esami e tesi 1 prima di continuare.
In ultimi esame e tesi 1 ti ho spiegato come è utile prendere informazioni sulla tesi anche se sei agli ultimi esami, magari informandoti su quali sono i temi più papabili e quindi valutare quale ti piace di più.
Un conto quindi è prendere informazioni generali e preliminari, altra cosa invece è iniziare la tesi mentre stai ancora studiando per gli ultimi o l’ultimo esame. Per quanto sia possibile e conosco gente che lo ha fatto, personalmente ritengo che si perdano troppe energie nel tentativo di stare dietro ad entrambe le cose. Sarebbe un po’ come andare in giro con una scarpa da ginnastica ed uno stivaletto. Il rischio infatti è quello di pensare alla tesi mentre studi per l’esame e viceversa.
Come sempre ogni regola ha la sua eccezione. Magari sei abituato a lavorare in “multitask” e quindi riesci a star dietro ad entrambe le cose, oppure hai scelto un argomento di tesi scemplice che non ti chiede troppo impegno (se lo hai trovato ti prego di segnalarmelo nei commenti qui sotto. Io ad oggi non conosco nessuno in questa situazione), oppure al contrario gli esami che ti mancano sono semplici e ti permettono di dedicarti anche ad altro (se sei in questo caso sei stato saggio, e rientri in gruppo ristretto di studenti, che non supera il 10% del totale).
Purtroppo solo la minoranza degli studenti rientra nei casi che ho appena citato, gli altri si trovano alle prese con quel esame… si proprio quello che ti faceva venire mal di pancia già l’anno prima, che ti faceva sudare d’inverno e gelare d’estate,
e piuttosto che aprire il libro e studiare “quella roba” preparo un altro esame.
Ci siamo passati un po’ tutti. Anche io mi sono tenuto come ultimo esame informatica, che da noi voleva dire imparare a programmare in C.
Ho scritto ben 8 post su questi tipi di esame, quelli che proprio non ti vanno giù e che tendi a rimandare. E’ nel tread come passare l’ultimo esame. Non necessariamente è l’ultimo, ma è quello superato il quale ti sembra che la strada sia in discesa (ma spesso è proprio l’ultimo!
).
Se rientri anche tu in questo caso ti sconsiglio vivamente di aggiungere anche la tesi ai tuoi pensieri.
I tempi di preparazione della tesi, come sai dal primo post, variano da poche settimane (per la triennale) a 6 mesi (per la specialistica).
Se sei nel primo caso non ti troverai davanti a grandi problemi di tempo, anzi probabilmente la parte più lunga sarà la ricerca del materiale piuttosto che la stesura vera e propria.
Se invece devi preparare la tesi per la specialistica, o magistrale, o quadriennale o quello che è, la situazione diventa più impegnativa. Sicuramente la fase iniziale della ricerca ti porterà via del tempo, che può andare da qualche giorno, se sei fortunato e trovi tutto quello che ti serve (e se sei in questo caso dicci che tesi hai fatto per piacere
), ad alcune settimane se il materiale è sparpagliato e non immediato da trovare.
La ricerca del materiale in modo approfondito riguarda il lavoro di tesi, ma quello che puoi fare, se non vuoi perdere troppo tempo finiti gli esami, è dare un’occhiata in giro sulla facilità o meno di reperire informazioni su internet o in biblioteca circa l’argomento potenziale che potresti trattare.
Questo comunque è un di più, e ti consiglio di farlo solo se non sei vicino agli appelli.
Quindi ricapitolando
1) meglio finire gli esami prima di iniziare la tesi,
2) una ricerca iniziale sulla materia e tipo di tesi che vuoi affrontare può invece essere utile anche se ti mancano un po’ di esame, anche cinque esami prima,
3) se gli esami che ti mancano sono semplici o di media difficoltà e sei lontano dalle date di appelli puoi abbozzare una ricerca generica e veloce sul tema o i temi che potresti trattare. La ricerca è meglio che sia generica e veloce, ti serve giusto per avere un quadro molto sommario della situazione e per scegliere materia, professore e tema.
Per ora mi fermo qui. La prossima volta vedremo qual è l’atteggiamento consigliabile per approcciarsi alla tesi.
Intanto ti auguro una buona giornata.
Ciao
Cristian
tagli all’istruzione e alle università
E’ noto quello che sta succedendo in queste settimane circa i tagli all’istruzione e soprattutto alle università.
Già l’anno scorso gli studenti avevano manifestato per una riduzione drastica delle sovvenzioni statali.
Sembra che questo governo non abbia molto a cuore la qualità dell’istruzione che i giovani possono ricevere.
Pensa che la Cattolica di Milano è quella più colpita dai tagli.
Di seguito trovi l’articolo riguardante la perdita di 50 milioni di euro dell’istituto.
Ancora una volta questo vuol dire che non possiamo aspettarci grandi aiuti dal governo.
Purtroppo i parlamentari hanno altri interessi e quelli, non voglio dire dei cittadini, quindi diciamo degli studenti, passa in secondo piano.
La riforma Gelimini sta dando tanti problemi, alcune università hanno già accusato il colpo dall’anno scorso, altre riesco bene o male a barcamenarsi ancora in altri modi, ma sicuramente ogni istituto di queta nazione è stato colpito da questi decreti.
Ad onor del vero, delle cose buone sono state portate dalla riforma, come il divieto di assumere parenti entro il quarto grado e lo sblocco delle assunzioni per i ricercatori.
Le cattive notizie però non si fanno attendere. Il taglio indiscrimanto e generale dei fondi alle università, in particolare, riduce di molto la capacità di manovra degli istituti.
Per approfondimenti sul decreto Gelmini clicca qui.
Questo ovviamente oltre a sollevare dissensi e proteste ha creato anche qualche tensione.
Milano, Bologna, Roma…dappertutto si manifesta un dissenso generale verso questa riforma che sembra non essere stata molto apprezzata dagli addetti ai lavori…ma come ogni volta… una volta che un politico ha in testa di fare una cosa, almeno in Italia, 9 su 10 la fa, fregandosene un po’ del resto.
In sostanza, un cosiglio spassionato agli universitari. Lascia perdere l’idea che il governo possa sollevare le tue condizioni economiche e lavorative, e debba darti la possiblità di trovare un lavoro dopo la laurea.
Non è mai stato così, e per quanto ingiusto possa essere, le cose non sembrano cambiare. Però puoi puntare se qualcuno di molto più affidabile, sai chi è?
Mi sa che l’hai capito…si tratta di te stesso!
Che cosa è per te l’università? Luogo di apprendimento? Di scambio? Un posto dove ottenere un titolo?
Per me l’università è stata ed è uno strumento, non il fine. Pensare: mi laureo e poi lo stato, gli amici, la famiglia, il fato…penserà al mio lavoro, può risultare limitante, rispetto a tutto quello che puoi prendere dalla formazione universitaria.
Tipo? Tipo giocare con chi ha il potere!
Che voglio dire? Voglio dire, come ho scritto nell’ebook che puoi scaricare gratuitamente sulla tua destra intitolato:“esame orale: un gioco di ruolo tra studenti e professori”, che gli anni universitari possono essere un cuscinetto della vita, dove scoprire, interagire, goderti il gioco degli esperimenti e osservarne gli effetti.
Terra terra…se provochi un professore, che nella tua realtà è colui che detiene il potere, visto che decide se promuoverti o meno, e lui ti boccia, beh ti è andato male 1 appello ma non è successo nulla tutto sommato. La volta dopo magari capisci come provocarlo nel modo giusto, affinchè non si senta minacciato ed allo stesso tempo venga stimolato a darti un voto più alto. Ti ho spiegato la teoria dell’interrogazione d’attacco. Metterla in pratica poi è un altro discorso, siamo d’accordo, ma anche quello si impara.
Perchè farlo? Perchè quando inizierai a lavorare, saprai come rivolgerti al capo o al collega anziano in modo da portare rispetto ed allo stesso tempo farti rispettare. Ti assicuro che al mercato del lavoro una persona così piace molto.
Ecco per esempio una peculiarità, un punto di forza, che misura il tuo valore oltre alla tua competenza, in un mondo del lavoro fin troppo concorrenziale.
Ecco cosa vuol dire che non saranno i politici a trovarti lavoro, ma sarà l’esperienza che ti sei fatto aprendo gli occhi nel mondo universitario, se hai deciso di intraprendere questa strada.
In questo modo studiare, avvicinarsi alla tesi, dedicare tempo e fatica ad un progetto, diventa più stimolante, più divertente e più formativo ed ha uno scopo, qualsiasi cosa accada dopo!
Ricorda: possono portarti via tutto ma non la tua formazione!
In alternativa, studia quanto basta per passare l’esame, rimani nella massa, non fare domande a lezione, non ti distinguere, passa tutti gli esami al primo colpo, laureati e spera (:o) di trovare lavoro.
Però se sei arrivato a leggere fin qui, vuol dire che probabilmente ti piace di più la prima opzione.
Non ti preoccupare, non ci si forma in 1 giorno, ed oggi gli strumenti non mancano, basta decidere di andare loro in contro. Se lo vuoi, questo blog può essere uno di quegli strumenti, e se vuoi lasciami un messaggio o mandami un’email a studentiunversita@gmail.com e vedrò come poterti aiutare.
Cristian
comunicazione efficace: you are beautiful
In questo calmo martedì di sole (dalla finestra vedo passare una macchina ogni tanto e sembrano tutte così tranquille), ritorno a parlare della comunicazione, riprendendo quello che ci siamo detti nell’altro post.
Prima di continuare il discorso ti invito a vedere questo video di 4 minuti. E’ molto istruttivo.
Come ti senti dopo averlo visto? Meglio di come stavi qualche minuto fa? In imbarazzo? Scocciato?
Diciamo che l’intento è quello di farti star meglio. Se provi un sentimento diverso, può dipendere dall’immagine che hai di te, magari non in linea col messaggio trasmesso.
Forse ti sarai chiesto cosa centra questo video con la comunicazone.
In realtà questo è un forte esempio di comunicazione, visto che comunicare in modo efficace, come dicevo nel primo post, vuol dire condividere e saper suscitare emozioni.
Nel post precedente ci eravamo lasciati con una serie di domande, per esempio: come si fa a comunicare in modo efficace? Esistono strategie o è istinto?
Saper comunicare vuol dire sia saper applicare le giuste strategie a seconda del caso, ma prima di tutto saper capire il caso che hai davanti.
Tu sai meglio di me che non si riesce a comunicare con tutti allo stesso modo.
Con un amico comunicherai in un certo modo, con i parenti in un altro, con il professore in un altro ancora ecc… A seconda dei ruoli e della personalità individuale, usi, normalmente, linguaggio diversi.
Quindi certamente esiste una parte istintiva nella comunicazione che ti permette di entrare in sintonia con l’altro o gli altri. Dopo questa fase entrano in gioco le strategie da usare.
La cosa bella è che all’inizio devi ricordarti i vari segnali lanciati dall’altro, per modellare il tuo modo di comunicare, poi, più diventi esperto e più questo modellamento diventa istintivo.
Pensa, per esempio, alle varie fasi in cui impari a guidare la macchina. Quando hai il foglio rosa stai imparando. Appena presa la patente, normalmente, stai sempre imparando, quindi fai attenzione alla marcia, devi ricordarti i segnali, le precedenze, la frizione gratta ecc… Poi arriva il giorno in cui entri in macchina, metti la cintura e parti, e tutto è così normale, non hai più bisogno di concentrarti sui gesti da fare, è tutto automatico, ed anzi riesci anche a parlare con chi ti sta accanto o al telefono.
Questo segue il principio che: Ogni cosa prima di diventare facile è difficile.
Bene, grazie. Ora mi dici quali sono queste strategie?!
Certo, ora te lo dico, ma la premessa era importante per vari motivi.
Partiamo allora dalla definizione di comunicazione.
Saper comunicare significare saper condividere.
Spesso perchè gli altri non ci capiscono, anche se abbiamo le migliori intenzioni?
Le ragioni possono essere sia interne che esterne.
Se la persona è chiusa e non disposta a vedere il nostro punto di vista c’è poco da fare, o meglio ci sono tecniche anche per quello, ma sono un po’ complesse e non riesco a spiegarle in un post.
Partiamo dalla base invece. Supponiamo che la persona sia in una condizione neutra, disposta ad ascoltarci, senza idee preconcette, e con un sincero interesse all’ascolto, come se stessi parlando ai tuoi amici delle tue ultime vacanze all’estero.
Diciamo che questa è un’ottima condizione di partenza. Gli altri ti stanno ascoltando, tu stai raccontando e non ti poni nella situazione di voler vendere nulla, quindi non ci sono tensioni provenienti da aspettative varie.
Mettiamo ora il caso che tu lavori in un’agenzia viaggi, entra un cliente e ti chiede informazioni proprio sulla meta delle tue ultime vacanze, che magari è anche il pacchetto vacanze che ti garantisce la percentuale di guadagno più alta.
Cosa cambia?
Tante cose direi. Da parte del cliente ci può essere neutralità, ma da parte tua si accende una forte aspettativa alla vendita.
Se il cliente se ne dovesse accorgere, probabilmente non avrà più voglia di sapere altro da te, quindi o cambierà meta o, più facilmente, cambierà agenzia.
Comunicazione fallita, vendita persa.
Il primo concetto importante quindi nella comunicazione è il tuo stato d’animo quando interagisci.
Se hai in mente solo il guadagno che può venirti in tasca tua, o sei un bravo attore e sai comuffare il tuo interesse, o, per aumentare le probabilità di vendita, entri in un atteggiamento più propositivo, cioè più inidirizzato al beneficio che l’altro può avere nel fare quella cosa.
Questa è la prima grande strategia su cui puoi focalizzarti, soprattutto nella vendita: quali sono i benefici per chi mi sta davanti? Come posso aiutarlo?
Noi siamo abituati a pensare prima di tutto a noi stessi ed a guardare i nostri benefici.
Spesso nella realtà lavorativa, gli altri sono visti come risorse da spremere. Proprio per questo, quando si incontra qualcuno sinceramente interessato a te, più che ai soldi che gli stai portando, ci si sente più disposti, più aperti ed anche più incentivati a tornare, o a comporare qualcosa in più che non si pensava.
Secondo me, un corso di comunicazione potrebbe essere incentrato già solo sull’assimilazione di questo concetto per far ottenere grandi vantaggi ai corsisti.
Già solo saper usare questo atteggiamento nel modo giusto vuol dire, secondo me, aver carpito il 50% dei segreti della comunicazione.
L’altro 50% la prossima volta.
Intanto il consiglio che ti do è di mettere in pratica quanto scritto.
In questa settimana, ogni volta che hai una conversazione con qualcuno, chiediti: come posso aiutarlo? e vedi cosa cambia nel nuovo tipo di atteggiamento.
Una volta fatto, sentiti libero di lasciarmi un commento qui sotto.
Buona giornata.
Cristian
comunicazione efficace
Se dovessi dare un voto alla tua comunicazione da 1 a 10, quale sarebbe?
Prima di andare avanti ti invito a guardare questo video di 6 minuti, semplice, veloce efficace e concreto, che ti da proprio l’esempio di cosa vuol dire comunicare o non comunicare.
E’ un esempio di vita concreta, il classico colloquio di lavoro, in cui sei nuovamente esaminato, però non più da un professore, ma da qualcuno che ti garantisce la pagnotta a fine mese, almeno per un certo periodo di tempo.
Per vederlo clicca sul link qui sotto. Buona visione
Interessante vero?
Probabilmente il tuo livello comunicativo sarà superiore a quello dell’esempio, ma se non è già a 10, allora si può sempre migliorare.
Intanto vediamo cosa vuol dire saper comunicare.
Comunicare vuol dire saper mettere in comunione, ovvero saper condividere.
Già questa è un’informazione interessante. In realtà stai comunicando quando condividi qualcosa con qualcuno, non semplicemente quando parli.
Ma condividere cosa? Informazioni? Pensieri? Opinioni?
Pensaci un attimo, in tutte le conversazioni che hai avuto, quali sono quelle che ricordi meglio?
E non mi dire quelle che hai avuto ieri!
Certamente il fattore tempo è importante, ma magari ricordi bene anche l’ultima litigata col tuo partner o con un amico o con i genitori, come puoi ricordare bene le parole usate nelle ultime avances ricevute, o ancora gli utlimi gossip, anche se questi risalgono ad anni prima.
Certo non ricorderai conversazioni normali, chiacchere e banalità.
Perchè questo? Principalmente perchè la mente è fatta così, cioè ricorda con grande facilità parole e situazioni che sono state emozionanti, e lascia andare altrettanto facilmente situazioni neutre, o ancor peggio noiose.
Se pensi un attimo a qual è quella lezione universitaria che hai seguito e ti è rimasta più impressa, non necessariamente sarà l’ultima, potrebbe anzi essere la lezione di metà corso di un esame del primo anno. E son pronto a scommettere che quella lezione è stata speciale in qualche modo.
Io ricordo bene una lezione di 4 anni fa, sulla teoria dei giochi, in cui il prof aveva, guarda un po’, fatto un gioco in aula di questo tipo:
Io metto sul banco 10 euro. Chiunque può fare un’offerta partendo da 1 euro. Se nessuno offre di più dell’ultima offerta, l’offerente vince 10 euro, altrimenti il nuovo offerente vince 10 euro ed il precedente, o i precedenti, pagano l’importo offerto.
Tradotto vuol dire: Alberto offre 1 euro, Beatrice 2 euro, Carlo 9 euro (facile A, B, C).
Se nessuno offre di più, Alberto e Beatrice pagano rispettivamente 1 e 2 euro al banco, e Carlo prende i 10 euro dal banco. Però se Alberto offre ora 10 euro, allora Beatrice paga 2 euro, Carlo ne paga 9, e se nessuno offre di più, il primo prende i 10 euro.
A parole sembra macchinoso, ma nella realtà è facile ed anche divertente.
Una cosa è certa, in questo gioco il banco vincerà sempre.
Infatti se ci pensi, chi lascerebbe al primo la possibilità di prendersi 10 euro a gratis? Qualcuno offrirà comunque di più. E tra l’altro basta un’offerta di 5 ed una di 6 euro che il banco già sta guadagnando (visto che paga l’ultima offerta ma prende l’importo di tutte le offerte precedenti).
E pensa un po’ l’ultima offerta ricordo che era di 22 euro, sempre per riceverne 10 in cambio. Io ricordo che dovevo pagare 12 euro!
Insomma il banco vinceva circa 50 euro in pochi minuti.
Chiaramente poi il prof non ha riscosso e si è messo i 10 euro in tasca.
Perchè ti sto raccontando tutto questo?
Sempre per rispondere alla domanda di prima: che cosa si condivide?
Secondo me, la cosa più forte che puoi condividere in una conversazione, che allora diventa comunicazione, sono le emozioni!
Divertimento, gioia, benessere, felicità, rabbia, dispiacere, commozione… sono tutte emozioni che i professionisti della comunicazione sanno come farti nascere all’interno del discorso a seconda delle necessità.
E tu che mi dici?
Ti piacerebbe emozionare chi ti sta ascoltando? Ti piacerebbe saper comunicare in modo efficace e catturare l’attenzione? Cosa cambierebbe nel rapporto con gli altri se riuscissi a farlo? Cosa cambierebbe a livello universitario?
Ogni tanto mi immagino il giorno della tesi, saper padroneggiare tecniche di comunicazione, catturare l’attenzione dei professori, gestire uno dei momenti più importanti della tua vita, che sicuramente ricorderai a lungo, come per esempio ricordi il giorno del tuo diploma.
Condurre tu la discussione invece di farti condurre rispondendo timidamente alle domande, nella speranza che finiscano in fretta e siano clementi.
Ecco per esempio la differenza tra chi sa comunicare e chi non lo sa fare.
Nel prossimo post ti spiegherò qualche trucco base per una comunicazione efficace.
Buona giornata
Cristian
universitari all’estero: l’erasmus
Ho spiegato, nella prima parte, l’utilità di studiare all’estero.
Vediamo ora quali sono i progetti principali che buona parte delle università pubbliche mettono a disposizione.
Mi concentro sulle università pubbliche perchè le private possono attivare progetti differenti, e vista che ne esistono diverse decine diventa troppo lungo guardarle una per una.
I progetti principali, quindi, sono:
1) erasmus (semestre o anno di studio)
2) quattro motori (semestre di studio + tesi o stage)
3) tesi all’estero (per le specialistiche)
4) Intensive Program (da 10 a 15 gg all’estero per un progetto comune)
Intanto bisogno distinguere in quale momento del percorso universitario ti trovi.
A seconda che tu sia all’inizio, metà o alla fine dei tuoi studi, sarà più adatto uno o l’altro progetto.
I nomi più comuni, come Erasmus, 4 motori… sono uguali per tutti, ma può essere che la tua università abbia attivato progetti simili a quelli che ti sto per descrivere ma con altri nomi.
Questi inoltre sono solo alcuni dei tanti progetti che potresti trovare nel tuo ateneo.
Ti consiglio quindi di guardare il sito della tua facoltà ed università, per prendere informazioni più dettagliate circa i progetti specifici attivati.
Il primo progetto a cui, di solito, uno studente si accosta è l’erasmus, che è anche il più conosciuto.
L’erasmus, come gli altri progetti, è finanziato in parte dalla Comunità Europea, in parte dalla tua università, ed ha l’obiettivo di far studiare i propri studenti in università di altre nazioni europee, e negli ultimi anni anche extraeuropee.
I progetto sono bilateral, cioè se la tua università ha un accordo di ospitalità con un’università straniera, questa avrà lo stesso accordo con la tua.
La mia università, per esempio, contava, nel 2006, più o meno 200 posti disponibili, in circa 90 università e 13 paesi stranieri. Ciò vuol dire che dava la possiblità a circa 200 studenti stranieri, provenienti dalle stesse 90 università di quei 13 paesi, di studiare a Milano.
La procedura per aderire all’erasmus è un po’ complessa, ti suggerisco di leggerla bene sul bando, che puoi trovare nella sezione apposita del sito della tua università o su internet.
Spesso, inoltre, l’università stessa organizza incontri per gli studenti interessati a questo progetto, poco prima dell’apertura dei nuovi bandi.
Se sei al primo anno credo sia perfetto per te iniziare ad informarti su questo progetto, visto che il bando per l’adesione esce tra febbraio e marzo e rimane attivo poche settimane.
In tutto hai tempo circa 4 mesi per completare le procedure richieste e ti assicuro che ci vogliono tutti. Percui le fasi conclusive della procedura saranno tra maggio e giugno.
La durata del soggiorno è variabile, parte da 3 fino a 12 mesi.
La maggior parte dei bandi comunque sono da 5 o 10 mesi.
Nella mia università, ma non mi sento di darla come regola generale, i progetti per la Spagna duravano quasi tutti 10 mesi.
In questo caso la partenza dall’Italia è prevista a settembre.
Se invece aderisci ad un progetto da 5 mesi, come ho fatto io, che sono stato in Ungheria, puoi partire nel primo semestre, (settembre) o nel secondo semestre (febbraio). La data di partenza, in questo caso, la decidi tu, io comunque consiglio se è possibile di partire il primo semestre.
Perchè? Perchè se parti nel primo semestre puoi chiedere il prolungamento verso la fine del periodo, cioè richiedi di stare 1 semestre in più. Se parti nel secondo non ti è concesso alcun prolungamento.
C’è da dire comunque che il prolungamento verrà rimborsato solo che i fondi saranno sufficienti.
Come vedi i tempi sono molti lunghi, può passare anche 1 anno da quando hai fatto domanda a quando parti. Per questo consiglio a tutti coloro che sono al primo anno di informarsi comunque sull’erasmus, anche se non hanno l’idea di aderire al momento.
Ti assicuro che l’esperienza che vivrai te la ricorderai per molti anni e probabilmente ti cambierà anche.
Visto che il post sta diventando troppo lungo, preferisco fermarmi qui.
Nella terza ed ultima parte ti finisco di raccontare la mia storia e di guardare velocemente gli altri progetti.
Intanto buon fine settimana.
Cristian
universitari all’estero
Perchè andare all’estero per un corso di laurea, se le università italiane sono più comode?
Questa è una reazione comune da parte degli studenti che pensano che studiare all’estero, sia solo ai fini di un titolo di studio quale la laurea.
Perchè studiare all’estero se non conosco bene la lingua, non so dove andrò, chi incontrerò se mi ambientero…?
Queste erano anche le mie domande all’età di 18 anni, quando, per la prima volta, ho sentito parlare di queste opportunità di studio in un’altra nazione.
Diciamo subito che ci sono due modi per studiare all’estero:
1) iscriverti in un’università straniera
2) aderire ad uno dei progetti di mobilità della tua università
A seconda della strada che decidi di intraprendere, diverse sono le procedure da seguire.
Riguardo la prima opzione non ho esperienza, quindi non saprei quali tipi di documenti servano per iniziare, o trasferirsi, dall’Italia in un’università estera.
Ok, ma perchè studiare all’estero?
Potrei darti le ragioni ufficiali che si dicono di solito per rispondere a questa domanda.
Potrei dirti che studiare all’estero apre la mente, ti fa conoscere nuove realtà, ti fa approfondire la pratica di una lingua straniera, ti mette in una situazione scomoda che ti serve per la crescita, ti fa fare nuove amicizie, e diciamo che queste sono le spiegazioni principali.
Rileggendole, mi viene da dirti che le ragioni ufficiali sono anche vere.
Dalla mia esperienza ho vissuto tutto quello che mi hanno detto, pur dimenticandomi, una volta li, di averlo sentito.
Questo perchè tutte le spiegazioni che ti possono dare prima, per quanto vere e valide, non reggono il confronto con l’esperienza diretta.
Prima di partire, può capitare di essere tra l’eccitato e l’agitato, magari ti prepari prima, fai ricerche su usi e costumi, vedi quanto costa vivere li, quante sono le giornate di sole (eeehhh). Se sei un ragazzo, ti informi anche su come sono le ragazze, mentre se sei una ragazza, sulla densità di centri commerciali della zona. ;D
Una volta arrivato, può succedere di sentirsi spaesato, un po’ nel pallone, e puoi metterci alcune ore, come alcuni giorni, per capire che ti trovi in un altro paese, ed è iniziata la tua avventura.
Ma questa sensazione dura poco, e se sei abituato a viaggiare forse neache la senti. Una volta che entri nell’ottica, inizi a divertirti.
Le prime settimane servono per capire come vanno le cose ed esplorare, seguire i ritmi del posto e goderti il luogo. I mesi successivi…uguale, con la differenza che hai già capito come vanno le cose e quindi è praticamente tutto godimento.
I mesi possono passare così in fretta da arrivare alla fine senza rendertene conto, e tornare nella tua città forse con un misto di gioia e malinconia.
Perchè quindi avvicinarsi ad un’esperienza all’estero?
Proprio per tutte quelle spiegazioni ufficiali e qualcuna ufficiosa, che tanto dimenticherai una volta li, perchè a quel punto inizia la TUA avventura.
Ed anche perchè, tutti quelli con cui ho parlato, che si sono laureati senza avere svolto un’esperienza all’estero, si sono poi pentiti.
E’ un’occasione in più per te, un raro caso in cui l’unversità ti paga per divertirti all’estero.
Ovvio, tu vai li anche per studiare, non è proprio una vacanza, o almeno lo è dal 60% al 90% ma rimane quel 10-40% di studio, però, secondo me, è ben sopportabile.
Quindi, invece di chiederti perchè, chiediti perchè no?!
Nel prossimo post vedremo i tipi di progetti messi a disposizione dall’università per andare all’estero, e ti darò la mia esperienza su quella che ho seguito direttamente: l’ERASMUS!
Buona giornata
Cristian
laureati e soldi
L’università ha come scopo quello di farti studiare, per darti più informazioni da spendere nel mondo del lavoro, e quindi maggiore professionalità. Questo ti porterà maggiori entrate.
Questa è un po’ l’idea comune che si ha dell’università, ma sarà vero tutto questo?
Vediamo un po’, analizzo la frase pezzo per pezzo e vediamo quanto questa è corretta, secondo quello che abbiamo intorno oggi.
L’università ha come scopo quello di farti studiare… Questo è corretto.
Lo scopo che si sono dati, fin dalla sua creazione, è stato quello di far accedere, chi se lo poteva permettere, gli studenti ad una formazione maggiore.
Infatti l’università era l’ultimo gradino, il più alto, prima di entrare nel mondo del lavoro.
Un laureato godeva di fama e prestigio, e questo fino a pochi decenni fa, e, per questi pochi fortunati, era molto semplice accedere a cariche dirigenziali in breve tempo.
L’obiettivo si è mantenuto nel tempo. Anche oggi l’università mantiene l’arduo compito di farti studiare, ma non si può dire altrettanto circa la formazione.
Tutti sappiamo che una grande pecca delle università italiane, riguarda il grande nozionismo che viene dispensato, e quindi la grande cultura che ti offre, sempre che ti ricorderai quanto hai studiato anche dopo, a discapito, però, della praticità.
Quindi si, ti fanno studiare ma, ti posso garantire, sempre meno. In 10 anni infatti i programmi si sono ridotti generalmente di 1/3, e questo comunque senza badare più di tanto alla concretezza.
Non a caso, oggi, la laurea non è più il gradino più alto dell’istruzione, ma i master e dopo l’apprendistato, hanno preso il suo posto.
…per darti più informazioni da spendere nel mondo del lavoro… finchè si parla di informazioni, la frase è corretta, ma come abbiamo visto poco fa, queste sono spesso troppo astratte per il mondo del lavoro.
Non a caso, infatti si parla di informazioni ma non di formazione.
L’università, purtroppo, ha mantenuto degli standard educativi e didattici di altri tempi, e non si sono ancora adeguati a quello che oggi il mercato del lavoro richiede, che è ben diverso da quello che richiedeva 50 anni fa, ma anche solo 10 anni fa.
Non ci si può aspettare del resto che una macchina così complessa come la struttura universitaria, si rivoluzioni ogni 4 anni, altrimenti sarebbe il caos.
Un ciclo di studi completo, infatti, dura 5 anni, che facilmente diventano 7. Sarebbe molto destabilizzante per uno studente vedersi cambiare le regole a metà percorso.
Quindi, purtroppo, l’università italiana, si è impigliata da sola in una struttura rigida.
Del resto cosa potrebbe fare?
Le idee qui non mancano. In America stanno già sperimentando le grandi potenzialità di internet legate all’apprendimento.
Alcune università, infatti, danno la possibilità di seguire corsi, legati al percorso universitario scelto, in qualsiasi altra università del globo che partecipi a questo progetto.
Il tutto avviene chiaramente via internet.
Una sorta di università online globale.
Se, per esempio, sei iscritto ad Oxford, ed aderisci al progetto, hai facoltà di seguire il corso di diritto romano del professor Tizio che insegna in Bocconi, piuttosto che quello di marketing internazionale del professor Caio alla Sorbonne di Parigi.
Raggiunta la laurea, potresti così trovarti, per esempio, 10 esami dati nella tua università, 10 in università tedesche, 5 in università francesi e 2 in quelle italiane.
Questo, secondo me, vuol dire guardare avanti.
In Italia invece, non c’è ancora questo tipo di apertura, nè da parte delle istituzioni, ma a dirla tutta neanche da parte di tanti studenti.
Pensa per esempio, che quando ho partecipato al progetto erasmus, nella mia università (Milano), i posti disponibili erano superiori di circa il 20% alle richieste.
Aprirsi al nuovo, aprirsi ad altre culture, e lingue, non è un tema così tanto sentito, ancora, nel nostro paese.
Per darti idea di quello di cui sto parlando ti faccio leggere questo articolo del corriere della sera che porpone delle statistiche su quanti parlano, oggi in Italia, una lingua straniera.
In sintesi il 66% della popolazione dichiara di averle studiate, ma oltre il 50% di questi non le sa parlare (inglese scolastico), ed il 52% non intende migliorare il suo livello neanche in futuro!
Curioso tra l’altro che, per dire conoscenza insufficiente di inglese, si usi il termine più accomodante di inglese scolastico…e questo la dice lunga su come viene insegnato nelle scuole. :/
Questo ti porterà maggiori entrate. Mi dispiace dirti che in Italia non funziona così.
Secondo i contratti collettivi di lavoro, infatti, un maggior stipendio ti viene riconosciuto solo se inizi un lavoro inerente a ciò che hai studiato. Negli altri casi, la laurea, non dà diritto ad un livello di inquadramento più alto rispetto ad un non laureato.
In questo caso, trovare un impiego, dopo la laurea, diverso da ciò per cui hai studiato, e credimi questo capita sempre di più, non solo non ti garantisce uno stipendio maggiore rispetto agli altri, ma colui che si è diplomato ed ha iniziato a lavorare 5 anni prima di te in quel settore, guadagnerà sicuramente più di te.
Questo perchè, sempre per legge, esistono i cosiddetti scatti di anzianità. A prescindere dall’azienda in cui hai lavorato, a parità di mansioni, sei tenuto ad un aumento di stipendio automatico ogni tot, come riconoscimento dell’anzianità lavorativa e professionale.
Questo vuol dire che se lavorerai per 10 anni in quel settore, il diplomato guadagnerà sempre più di te.
Amenochè non raggiungi una qualifica superiore alla sua. Però, visto che fai un lavoro diverso rispetto a ciò per cui hai studiato, o hai imparato qualcosa di più di 4 nozioni, nel periodo universitario, o la laurea non ti servirà neanche per spiccare tra gli altri a livello professionale.
In quel caso perchè dovrebbero darti una qualifica superiore a chi ha una maggiore conoscenza e competenza in quel settore?
Alla fine, allora, a che serve la laurea?
A tante cose a livello personale, rimane un incognita, invece, dal punto professionale, lavorativo e di guadagno.
Con questo non sto certo discriminando i laureati, sto invece dando una visione che abbraccia diversi aspetti della realtà in cui siamo oggi immersi.
Cristian
perchè la laurea?
Molti di coloro che escono dalla scuola superiore, intesa sia come liceo che ragioneria, ed anche indirizzo professionale, iniziano l’università.
Sempre più ragazzi che si iscrivono e sempre più studenti che lasciano l’università.
Perchè?
I motivi sono milioni, ma in questo momento voglio concentrarmi sul discorso motivazione.
Ti sei mai chiesto perchè studiare, e perchè darsi tanta pena per ottenere la laurea?
Io francamente me lo sono chiesto diverse volte.
Ottenere la laurea non è una passeggiata. Chiunque, anche chi trova facile studiare, e passare brillantemente gli esami, comunque investe ore ed ore al giorno sui libri, soprattutto in vista degli esami.
Una dedizione del genere deve avere un forte motivo alle spalle.
Questa è la motivazione, il motivo per compiere un’azione.
Perchè quindi puntare alla laurea?
Negli anni mi sono dato diverse spiegazioni.
Confesso che il primo anno il motivo era: perchè è una tappa obbligata.
Venendo dal liceo linguistico, infatti, non vedevo alternative.
Questa però, per me, era una motivazione decisamente debole. Infatti dopo circa 6 mesi, già lavoravo.
E l’università? Avevo seguito 4 corsi, studiato poco, ma soprattutto avevo assaporato la libertà di fare quello che mi pareva. Così ho iniziato a frequentare sempre meno, a prendermi più tempo per me, a guardarmi intorno ed alla fine ho iniziato a collaborare con una società che vendeva assicurazioni.
Niente stipendio fisso, solo provvigioni, e niente orari fissi. Dipendeva tutto da me.
La soluzione ideale per sperimentare il mondo del lavoro, senza dover dire in casa che non seguivo più i corsi.
Inutile dire come è finita…per i quattro anni successivi mi sono dedicato solo al lavoro.
Solo dopo diversi anni, ho deciso di tornare in università.
Perchè? Per una rinnovata motivazione.
Fino a quel momento, non c’era una ragione, razionale e specifica, percui dovessi darmi tanta pena per studiare e passare gli esami.
Ma l’ultima esperienza lavorativa me ne aveva data una forte.
I tre mesi precedenti al nuovo ingresso in università, li avevo spesi, a 1000 km dalla città in cui vivevo e vivo (Milano), trovandomi un lavoro nel sud Italia.
Non sto qui a dire le ragioni di questa scelta, fatto sta che in quel luogo, in quel lavoro, ho imparato tanto e non solo a livello professionale. Ho imparato anche qualcosa sulla gestione delle emozioni e su come rapportarmi verso chi comanda (cioè il datore di lavoro).
Quel modo burbero di trattarmi, per uno stipendio misero, è stata per me la giusta motivazione, che mi ha spinto a tornare in università, e definire il mio percorso di studi, o meglio iniziarlo visto che avevo in archivio solo due esami.
La mia motivazione iniziale, è stata quella di laurearmi, per non dover più sottostare ai capricci di un capo ignorante, che mi dava uno stipendio da miseria, ma essere io, magari, a guidare un gruppo, un domani.
Da allora (2003) le motivazioni sono cambiate di anno in anno.
Oggi, per esempio, la laurea mi serve per dare forza ai miei lavori online.
Nel mercato del lavoro e dell’ecommerce, soprattutto italiano, è molto più rilevante, e dà molta più credibilità, leggere un articolo, un ebook, un libro scritto da un laureato, che gli stessi lavori scritti da un non laureato.
Una laurea per gli altri insomma? In un certo senso si, il che va bene, basta esserne consapevoli.
E’ un po’ come sapere che guardare la tv rincretinisce.
Puoi iniziare una campagna contro la tv, e contro il sistema, o sfruttare uno strumento, che tanto oggi è così potente da dettare le regole, e, per esempio, comprare una rete, e metterci quei contenuti che tanto vorresti tu.
Questa è certamente un esempio fatto in grande, ma rende bene l’idea.
La laurea piace tanto al mercato italiano, non solo ai datori di lavoro, ma anche a chi entra in contatto con te a livello professionale, ed a volte anche a livello sociale. E’ inutile far finta che non sia così.
Quindi sapendo questo, quanta fatica dovresti fare per cambiare la mentalità della gente facendogli assimilare il concetto che la laurea non conta un piffero? Non ho detto farlo capire, ho detto farlo assimiliare.
Quanto, invece, diventa più semplice, potendolo fare, assecondare il modo di pensare del mercato, usandolo a tuo vantaggio?!
Il mercato vuole una laurea per riconoscere onestamente il mio lavoro? Questo è in linea con quello che voglio io? Bene allora diamogli una laurea!
Tanto non rechi danno a nessuno.
Certo, questa è una nuova acquisizione che mi dà una buona motivazione ora che ho finito.
Se mi fosse venuta in mente 5 anni fa, non avrei certo continuato a studiare.
Ogni momento della tua vita ha delle motivazioni più adatte di altre.
Quindi, per me, oggi, la scelta della laurea, è in un certo senso dedicata agli altri, nell’ottica di essere riconosciuto al meglio, ed essere preso più sul serio, nei lavori che realizzo e propongo.
Un altro motivo, più esoterico, per così dire, è legato al concetto di chiusura di un ciclo, che è qualcosa di più che portare a compimento un obiettivo.
Qual è invece, sinceramente, la tua motivazione?
Qual è il motivo vero per cui vuoi passare, 3 o 5 anni, a studiare materie, il 70% delle quali non ti serviranno? Tenendo poi presente che quanto hai già studiato, probabilmente, lo hai già dimenticato all’80%?
Perchè quindi laurearsi? A te la risposta.
Cristian
studenti universitari e cibo (seconda parte)
Nel post precedente abbiamo visto come il modo di mangiare può influenzare lo studio.
Quando si studia in università, non sempre si può scegliere ciò che fa più bene mangiare, ma spesso ti devi arrangiare con quello che trovi, che molte volte può essere gustoso ma non molto nutriente (per es. panini e pizzette).
Prima di passare al setaccio gli alimenti, concludo l’elenco, iniziato nel post precedente, circa la dieta dei gruppi sanguigni.
Ho già parlato del gruppo 0 e gruppo A, manca da vedere il gruppo B ed A/B.
gruppo B:
- cibi ok: latte e latticini di origine ovina e caprina, carni magre, pesce.
- cibi da limitare: latte vaccino, frumento, frutta secca, semi oleosi.
gruppo A/B:
- cibi ok: pesce, latte e latticini di origine ovina e caprina, frutti di mare, frutta e verdura.
- cibi da limitare: carni rosse, frumento, latte vaccino.
Con questo concludo la breve descrizione sui gruppi sanguigni.
Ma rimane aperto un grande interrogativo.
Magari fino a ieri bevevi il classico latte con la foto della mucca stampata sopra tutta sorridente, oppure mangiavi 100 gr di pasta al giorno.
Da oggi dovresti cambiare alimentazione all’improvviso? E come questo può influire sullo studio?
Se fino a ieri eri abituato a mangiare in un certo modo, ti sconsiglio di cambiare improvvisamente alimentazione.
Puoi però iniziare a fare questo esperimento.
Questa sera per cena, cerca di mangiare qualcosa che non hai problemi a digerire, secondo le linee generali dell’emodieta. Fai così per 3 o 4 giorni, magari iniziando dalla cena, che dovrebbe essere il pasto più leggero.
Vedi a quel punto cosa cambia. Ti senti più leggero? Ti senti un po’ più attivo?
Se la risposta è si, allora puoi sperimentare un cambiamento anche a pranzo e per esempio, la seconda settimana scegli dei cibi che ti fanno bene, invece del solito panino con prosciutto o pizza con peperoni e vedi cosa cambia.
Lo so che la pizza è buona, o magari sei abituato a prendere un panino con i tuoi amici durante la pausa pranzo, ma se per 1 settimana mangi, per esempio, tonno ed insalata o riso e verdure, oppure uova, non muore nessuno. Anzi magari scopri che in questo modo riesci a concentrarti meglio, ad essere più presente sullo studio, ad aver bisogno di meno caffè ecc…
Questi, più che consigli dietetici, sono degli esperimenti.
Il miglior medico di te stesso sei proprio tu, e tu solo sai quello che ti fa bene e quello che ti fa meno bene.
Magari l’emodieta non farà per te, come può anche essere che farai una grande scoperta con questo strumento. Come saperlo?
Semplicemente sperimenta e guarda gli effetti che ti dà.
Rispondendo invece alla domanda: cosa mi resta da mangiare?, ti consiglio questo ebook: cibi no problem, della collana I feel good, che dà l’elenco completo ci cibi che fanno bene a seconda del gruppo sanguigno, spiega come mai queste distinzione tra gruppi ed offre delle ricette ad hoc per ogni occasione.
Io, per esempio, ho stampato la pagina in cui elenca i cibi adatti al mio gruppo sanguigno (A) e l’ho appiccicata in cucina. Ogni tanto gli dò un’occhiata prima di cucinare, ed a volte anche prima di uscire per fare la spesa.
Dettaglio non di poco conto, l’ebook costa meno di una pizza.
Con questa chicca concludo questo post, lasciando spazio ai commenti per eventuali approfondimenti.
Ciao
Cristian


